Associazione Amici del Museo di Fotografia Contemporanea
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Notarelle sulla fotografia nel sistema dell’arte

(di Pio Tarantini)

Cari amici del Museo di Fotografia Contemporanea accolgo volentieri l’invito del Gruppo blog − così come si accennò nella prima assemblea fondativa dell’associazione e una volta che la stessa mi pare consolidata anche attraverso la presenza di questo strumento − per tentare di lanciare qualche tema di discussione, sperando di interpretare un bisogno comune di confronto che spesso, nell’ambito di occasioni ufficiali come convegni o conferenze con dibattito, viene un po’ compresso dall’ufficialità e dalle necessarie regole di tali situazioni.

Mi permetto di ricordare − per quegli amici ai quali per motivi diversi non ho avuto l’opportunità di rivolgermi precedentemente − che personalmente mi interrogo da molti anni, nei modi e nei luoghi redazionali che mi si offrono, su alcune questioni inerenti al ruolo della fotografia nel mondo della cultura e dell’arte in Italia. Quasi sempre ho preso spunto, negli anni passati, da qualche evento − espositivo, editoriale o di dibattito − per cercare di chiarire a me stesso alcune di queste questioni e rendendo spesso pubbliche queste mie domande ho coinvolto altri amici che cortesemente hanno partecipato alla discussione sulle problematiche sollevate. Vorrei subito precisare, al proposito, che non sono tra coloro che amano le continue discussioni che saturano i luoghi a queste deputate e soprattutto la piazza virtuale – virtuale poi mica tanto – di internet dove si discetta in modo sconsiderato di tutto. Bisognerebbe calmierare questa tendenza: se fino a qualche anno fa ci si poteva lamentare di una scarsa attenzione alla riflessione e al dibattito sulle questioni inerenti alla fotografia nel nostro Paese, oggi non possiamo certo lamentarci di un deficit di confronto: da una pubblicistica che negli ultimi dieci-quindici anni è letteralmente esplosa, ai numerosi dibattiti, tavole rotonde, conferenze, stati generali che costellano ogni istituzione, associazione, e in genere ogni evento legato alla fotografia, il dibattito non manca. E questo è certamente un bene perché testimonia l’interesse intorno a questa forma espressiva finalmente entrata, anche se in Italia solo negli ultimi decenni del Novecento, nella sua fase matura.

Si resta perplessi, alla luce di queste considerazioni che suppongo siano largamente condivisibili, ascoltare o leggere spesso, in questi dibattiti, la riproposizione di questioni che dovrebbero essere assodate: mi riferisco, per fare qualche esempio, alla obsoleta questione della fotografia come documento o come arte, al suo rapporto con il mondo dell’arte con tutte le conseguenze che il (falso) problema comporta − tiratura limitata o riproduzione infinita, definizione di fotografo-fotografo o fotografo-artista o artista-fotografo o artista che usa la fotografia e così via – o problematiche inerenti al passaggio dall’analogico al digitale.

Ho definito, queste ultime citate, problematiche obsolete perché ritengo che siano dei falsi problemi; non è il caso in questa sede, a meno che non lo richiedano eventuali possibili interventi su queste mie note, di approfondire queste tematiche proprio perché vorrei incentrare questo mio intervento su un altro aspetto che personalmente ritengo invece rilevante e sul quale, come scrivevo all’inizio, mi interrogo da molti anni: e cioè in che modo la fotografia interpreta o può interpretare una forma d’espressione contemporanea senza risultare succube delle tendenze artistiche più attuali, così come, alla fine dell’Ottocento una fotografia per certi aspetti ancora immatura tentava di imitare la pittura per darsi dignità artistica. Ponevo questa questione già in anni lontani  in uno spazio deputato all’interno dell’appena nata Associazione Album (gli amici della scuola “R. Bauer”, ex-Umanitaria) e voglio ricordare che in quell’occasione intervenne un paio di volte, con il suo consueto rigore e preparazione filologica, Roberto Signorini.

Vorrei ricordare, a beneficio di qualche lettore più giovane, il convegno È contemporanea la fotografia? che fu realizzato proprio dal Museo di Fotografia di Cinisello, i cui atti furono pubblicati nel l’omonimo volume  pubblicato nel 2004. Il titolo di quel convegno era volutamente retorico  là dove la risposta a quella domanda è data dalla enorme crescita della presenza della fotografia nell’arte contemporanea degli ultimi anni che va a bilanciare l’ovvia flessione subita nel campo dell’informazione a favore di nuovi media. Resta quindi, e si consolida, la fotografia come un potente mezzo di rappresentazione del mondo e delle sue problematiche, agendo su diversi livelli di lettura e fruizione, da quelli più immediatamente leggibili perché più documentari a quelli più mediati da aspetti simbolici su cui si basa il concetto di arte che non sia mimetica. I molti contributi di quel convegno attestavano appunto questo ruolo e queste sfaccettature della fotografia e a quelli rimandiamo: ma il problema che mi pongo, e sul quale spesso in questi anni mi è capitato di discutere con molti amici, è appunto quello di come la fotografia, soprattutto nella sua versione anti-realistica, può oggi portare un contributo importante nella riflessione sul mondo e nei modi, appunto, in cui questa riflessione  si esplica. Ancora una volta quindi il problema, e scusate se mi ripeto, è quale reale valore hanno, in una più ampia prospettiva storico-critica, i tantissimi tentativi di quella parte che, per semplificare, potremmo definire più concettuale dell’arte e in particolare della fotografia che già di per sé ha una denotazione fortemente concettuale basandosi sulla riproduzione del mondo attraverso un procedimento tecnico (dal ready –made delle Avanguardie all’inconscio tecnologico di Vaccari).

In sostanza le mie perplessità nascono dalla lettura di alcuni lavori che visivamente possono significare  tutto e il contrario di tutto, nei quali spesso si ha bisogno della didascalia per decifrarne qualche, spesso oscuro, significato: è lo stesso problema, insomma, che si riscontra in larga parte dell’arte attuale, cavalcata con indubbio e ormai accertato cinismo e opportunismo da molti critici, galleristi e mercanti cui fa comodo creare nuovi, meglio se giovani, genî da lanciare su un mercato dilatato a dismisura, specchio, questo sì, di una società in cui il profitto speculativo ha prevalso sul profitto produttivo. E questo aspetto socio-economico potrebbe essere anche  se non accettabile quanto meno “constatabile” se non fosse che chi gioca con queste opportunità mistificatrici ha la meglio, accentuandone la valenza negativa nel nostro piccolo orto fotografico, su chi conduce un serio, coerente  e lungo lavoro di approfondimento del linguaggio.  Per me porsi tali questioni è inevitabile perché sono quelle sulle quali mi interrogo sul mio operare nel mio duplice ruolo di autore e di, se pur modesto, osservatore delle questioni fotografiche. Sono confortato, in questi ultimi anni, dalle numerose prese di posizione di autorevoli esponenti, soprattutto internazionali, del mondo della critica: chissà se anche in Italia non si riesca, anche nel piccolo mondo della fotografia, a dibattere con più problematicità su questi argomenti, al di là delle mode, dei successi più o meno effimeri, dei convegni e incontri e conferenze (ben vengano, sempre) dove si discute di tutto di più ma dove, a me pare, non si riescono ad affrontare alcuni nodi come quello di porsi laicamente e dialetticamente di fronte a una fotografia di ricerca che sconfina a volte nel vacuo o nell’incomprensibile. Nessuno certamente ha la verità in tasca e può darsi che molti di questi tentativi stiano aprendo veramente la strada a nuovi linguaggi come invece è certo che moltissimi degli stessi tentativi tra pochi anni saranno del tutto dimenticati. A mio modesto parere.

Un caro saluto a tutti, Pio Tarantini.

3 commenti
  1. caro Pio,
    tu dici “le mie perplessità nascono dalla lettura di alcuni lavori che visivamente possono significare tutto e il contrario di tutto, nei quali spesso si ha bisogno della didascalia per decifrarne qualche, spesso oscuro, significato”
    senza essere almeno un po’ più esplicito, quello che vuoi dire risulta poco chiaro, almeno a me: mi fai qualche esempio? o mi aggiorni sulle discussioni pregresse a cui fai riferimento
    anche per quanto riguarda le posizioni di autori internazionali che ti hanno confortato: a quali alludi?
    per dire – e per non farti solo domande – negli ultimi anni, l’autore che è stato per me più illuminante è Didi-Huberman
    un abbraccio, Paola

  2. Pio Tarantini solleva una serie di questioni che meritano molta attenzione. Personalmente lo ringrazio per aver iniziato a porre sul tavolo della discussione alcuni temi che, è vero, sono già stati dibattuti in molti luoghi, ma che trovo sempre interessante mantenere in vita. Tuttavia, al di là di un sostanziale accordo su quanto scrive, mi piacerebbe si entrasse nel merito del dibattere. Nonostante l’indubbia crescita della realtà della fotografia in Italia (penso ad esempio agli straordinari fotogiornalisti che tanto bene stanno lavorando in giro per il mondo o all’ingresso di diversi autori nei musei internazionali) sul fronte della critica non mi sembra di notare un’analoga evoluzione. Ma dato che i blog non dovrebbero essere solo un luogo di lamentela, ripeto di essere molto lieta di questo sasso gettato da Tarantini nel laghetto degli Amici del Museo e spero che altri facciano lo stesso.
    Un abbraccio corale
    Giovanna Calvenzi

  3. Care Giovanna e Paola, cari amici del Museo,
    vi ringrazio per la vostra attenzione e, visto che chiamate in causa direttamente alcuni passaggi del mio intervento, tento di rispondervi sinteticamente per non essere troppo invasivo rispetto ad altri augurabili futuri interventi, vostri e di altri amici.
    La fotografia che mi lascia perplesso è quella che rimastica operazioni in linea di massima dal sapore concettuale, mutuate per lo più da quella invadente predisposizione dell’arte attuale a manifestarsi attraverso l’allegoria e la metafora, che sono molto potenti quando sono riuscite, purtroppo molto noiose o incomprensibili nella grande maggioranza dei casi.
    Al proposito, visto che mi viene chiesto, essendo io un fotografo, evito per una questione di correttezza dal chiamare in causa direttamente operazioni di altri fotografi italiani, ma, per fare qualche esempio che non tocca direttamente il nostro piccolo mondo, dove peraltro ci si conosce tutti, cito i due casi italiani affermatisi come i più internazionali nel mondo dell’arte: resto perplesso davanti alla grande maggioranza delle performance di Vanessa Beecroft, che, a parte qualche raro caso, mi appaiono caratterizzate da una spettacolarità barocca (e questo sarebbe il meno) ma soprattutto pregne di una metaforicità superficiale, che non tocca veramente il cuore dei problemi, palesando invece la loro fredda costruzione di marketing. Così come per l’altro esponente di spicco, Maurizio Cattelan, le cui opere trovo tuttavia speso godibili e più intense, tra i massimi rappresentanti di quella tendenza dell’arte attuale che vuole trasformare l’operazione artistica in comunicazione.
    Potrebbe anche essere che sia questa, l’arte come comunicazione, la strada giusta da percorrere nel prossimo futuro. A me mette un po’ di malinconia, confortato in questo, come scrivo nel primo intervento, dalle prese di posizione di molti critici di ogni paese della nostra cultura occidentale che sempre in maniera più coraggiosa denunciano che il re è nudo. Gli esempi da citare sarebbero tantissimi e, se occorre, se ne può riparlare; basti ricordare, tra le ultime esperienze milanesi, le perplessità espresse da Francesca Bonazzoli, critico d’arte del Corriere della Sera, a proposito della più recente performance di Marina Abramovic (di cui pure la Bonazzoli si professa fan) al PAC o delle installazioni del cubano Wilfredo Prieto in corso presso l’Hangar Bicocca e che il critico del Corriere stronca decisamente. (Lo stesso Hangar Bicocca, tanto per chiarire quanto io apprezzi le installazioni valide, dove si trova l’incanto delle torri di Kiefer o dove è stato ospite Boltanski e la sua significativa Montagna di stracci).
    Da queste mie premesse, mi pare evidente, anche se non cito direttamente i casi singoli e tornando al nostro piccolo orticello fotografico, verso quali autori vanno le mie preferenze e le mie idiosincrasie; ribadisco: un’opera d’arte deve contenere in sé quel valore aggiunto che, per usare un termine di moda, rivela il “perturbante”; se invece occorre che lo spieghi la didascalia o lo garantisca il testo di presentazione del critico di turno mi interessa francamente un po’ meno.
    Concludo riferendomi a un esempio fotografico concreto tratto da un’iniziativa che riguarda il Museo di Fotografia di Cinisello: tra le opere presentate nella recente mostra su Milano tenuta presso lo Spazio Oberdan mi sento più vicino a quelle che mi raccontano la città attraverso testimonianze linguisticamente “dirette”, e mi permetto di citare, tra l’altro, il lavoro di Paola De Pietri che ho segnalato anche nel mio articolo sulla mostra pubblicato sulla rivista Il Fotografo attualmente in edicola.
    Il discorso è lungo e complesso; mi fermo qui per i motivi esplicitati all’inizio e mi auguro che possano intervenire altri amici.
    Un caro saluto a tutti, Pio Tarantini.

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