Associazione Amici del Museo di Fotografia Contemporanea
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Ricordami per sempre – Fotoromanzo

Un uomo scende alla stazione di Sesto San Giovanni. È alto e robusto. Porta con sé una valigia che sembra piccolissima.

 Dentro quella valigia piccolissima, un mondo. L’eredità industriale di un territorio in trasformazione e in cerca di identità. La storia rifratta nelle vite quotidiane. Le cicatrici del ricordo. L’amore, l’amicizia, il vuoto.

È il fotoromanzo – scritto da Giulio Mozzi e fotografato da Marco Signorini su un’idea di Fiorenza Melani, Diego Ronzio e Matteo Balduzzi,– nato per immaginare un triplice ponte fra il passato prossimo e un presente incerto, fra la cultura alta convenzionalmente rappresentata dall’istituzione-museo e quella popolare radicata nei luoghi e nelle abitudini, e fra gli operatori della cultura e chi, magari da generazioni, abita il territorio. Simbolicamente, nella valigia, si racchiude quindi anche la volontà del Museo di Fotografia Contemporanea di avvicinare queste realtà; di andare oltre la sua naturale missione di studio, catalogazione e messa in mostra, di aprire un dialogo e generare, nel contesto in cui si colloca, una scintilla di memoria, cultura, aggregazione.

“Il museo è un istituto di conservazione, certo: ma si tratta di decidere che cosa si vuole conservare,” osserva Giulio Mozzi, lo scrittore coinvolto nel progetto. “Se siamo d’accordo che bisogna occuparsi anche delle eredità immateriali, allora bisogna contemplare tutto ciò che è poco testimoniato, dalle chiacchiere nei bar ai racconti delle professioni che passano di padre in figlio. È un modo per ricostituire il dato di realtà, ed è giusto, perché oggi uno degli scollamenti più impressionanti si rileva fra una generazione e l’altra: i nipoti non hanno idea di come vivevano i nonni… Mi sembra bello, e soprattutto opportuno, intervenire. Qui, a Cinisello, c’era la casa editrice Universo, che pubblicava Grand Hotel L’operazione del fotoromanzo rientra in una corrente di attenzione alla vita quotidiana che ha una storia lunga, anche se non stabilizzata; dà corpo all’idea per cui è possibile costruire una storia con la gente comune – e, fra l’altro, rende cosciente chi vive qui  che a un passo da casa, un tempo, aveva un pezzo importantissimo della cultura pop italiana.”

Il fotoromanzo, appunto. “Un genere popolare, interessante anche per l’indagine delle forme di fotografia nel tempo,” sottolinea Roberta Valtorta, direttrice del Museo. “Un’invenzione tutta italiana, legata all’espansione del cinema neorealista, che privilegia il racconto della storia spicciola, andando incontro alle classi popolari.” Storie semplici e universali, sogni leggeri, specchi di un’esigenza di distrarsi, ma allo stesso tempo “raccontarsi, e raccontare tutta la possibile complessità della fotografia”.

Una complessità che emerge anche dagli scatti. Marco Signorini, fotografo del progetto, commenta: “Non è la prima volta che faccio un’esperienza di ricerca sul territorio, ma in questo caso la validità del contatto reale con le persone ha creato un’esperienza di conoscenza, ho potuto davvero registrare e comprendere la realtà. Questa conoscenza ha inciso sullo sguardo per due aspetti: innanzitutto, perché lo schema narrativo del fotoromanzo ha tradito l’impostazione autoriale. Non era possibile assumere un atteggiamento di controllo, mantenere una lentezza dello sguardo: l’interagire con le persone e coi luoghi ha impresso un ritmo del tutto diverso – non superficiale, ma dinamico. In secondo luogo, l’idea di recupero della fotografia degli anni Ottanta, che ha indagato molto la periferia, è stata sovrastata dalla presenza delle persone: lo sguardo si è rivolto al vissuto, più che al costruito.”

Ricordami per sempre: le mostre e la pubblicazione.

(paola bonini)

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